Cinema

PERCHÈ “LA GRANDE BELLEZZA” HA CONQUISTATO IL MONDO

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Carlo Verdone - Toni Servillo
Carlo Verdone – Toni Servillo

“Me ne vado Jep, Roma mi ha molto deluso.” A non deludere il suo pubblico è stata invece proprio lei, la Roma vista e raccontata da Sorrentino per bocca ed occhi di Toni Servillo alias Jep Gambardella. Il riconoscimento quale miglior film straniero, agli Oscar 2014, non è arrivato come un fulmine a ciel sereno, ma è stato annuciato gradualmente dal pubblico entusiasta e da una critica non sempre concorde. Gli European Film Awards, i Bafta Awards ed il Golden Globe non hanno fatto altro che confermare quanto l’ultima fatica di Sorrentino, sicuramente la più grande, stesse confermando le aspettative.Impossibile, poi, non citare i Nastri d’argento che hanno premiato, oltre alla fotografia magistrale di Luca Bigazzi, anche il non protagonista puro ed ingenuo di Carlo Verdone, Romano, fondamentale per la narrazione dell’altra faccia della Roma servilliana.
“Le vedi queste persone? Questa fauna? Questa è la mia vita. E non è niente.”

Toni Servillo "Jep Gambardella"
Toni Servillo “Jep Gambardella”

Ma perché “La grande bellezza” ha conquistato cuori e menti dell’occidente cinematografico? In prima istanza, la risposta è da ricercare nella sua cornice principale: una fotografia che immortala una Roma “metafisica” (come ha amato definirla Carlo Verdone) silente ed elegante che osserva i bislacchi personaggi che invadono le terrazze con feste mondanamente pacchiane; una colonna sonora di prim’ordine che arricchisce ancora di più la preziosità dell’opera di Servillo che, tra lirica e classica, inserisce anche un Venditti malinconico e più contemporaneo. Solitudine, cinismo e sentimento. Sono queste le costanti, entrando più nel dettaglio, che danno spirito e sostanza a “La grande bellezza”.
“Sull’orlo della disperazione, non ci resta che farci compagnia, prenderci un po’ in giro!” Leggi il seguito di questo post »

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VENERE IN PELLICCIA: LA FINZIONE DELLA REALTÀ

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Genere: Drammatico/Erotico
Attori: Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric
Regista: Roman Polanski
Musiche: Alexandre Desplat
Anno: 2013
Durata: 96 min
Voto: ****

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In un piccolo e malandato teatro parigino, il regista Thomas (Mathieu Amalric), dopo una lunga giornata di provini andati male, si imbatte in Vanda (Emmanuelle Seigner), una talentuosa attrice. Vanda, un vero e proprio vortice di energia, gli travolgerà la serata afferrando con veemenza le redini dell’opera. Tale vortice risucchierà il timido regista, oramai ossessionato dalla bella attrice.
Il grande regista polacco Roman Polanski, sin dal suo primo lavoro “Il coltello nell’acqua”, ha sempre mantenuto una certa bellezza artistica e tematica.
Si è imbattuto sempre in difficili ed insolite argomentazioni; il rapporto uomo-donna lo ha da sempre affascinato e portato al limite frantumandolo come in “Luna di fiele”; il director ci racconta ancora una volta un amore estremo.
Un conturbante dramma che porta alle estreme conseguenze la torbida eredità ottocentesca: ogni rapporto d’amore è un rapporto di potere governato, quasi a nostra insaputa, dall’erotismo e dal dolore/piacere fisico. In un certo qual senso un’inappuntabile incarnazione delle teorie Freudiane. Tratto da un testo teatrale di David Ives, a sua volta ispirato al romanzo erotico di Leopold von Sacher-Masoch, padre del sesso sadomaso; un’opera teatrale sulla natura istintiva dell’attrazione carnale.
Con audacia e sapienza, insieme allo sceneggiatore David Ives, mettono a nudo le dinamiche tra schiavitù e dominazione, vittime e carnefici (balena alla mente “Carnage”), desiderio e oggetto del desiderio, sacrificio e soddisfazione; una ricostruzione geometrica e innovativa del romanzo.
I personaggi scivolano tra finzione e realtà, scambiano i propri ruoli, scambiano le loro maschere quotidiane, indossandone di teatrali; si accorgeranno presto che proprio la finzione è realtà e che la realtà in fondo non è poi così reale.

"Venere in pelliccia" - locandina
“Venere in pelliccia” – locandina

Un’ottima chiave di lettura del film si cela e si riassume in un pensiero del grande regista Abel Ferrara: “ La gente mi dice: «Ma nella vita reale… ma di cosa parlano? Cos’è la vita reale? Sul set davanti alla macchina da presa, non sarebbe più vita reale? Cos’è, si passa in un’altra dimensione quando si gira un film? »”.
Stabilisce un nuovo record azzardando nella scelta di due soli attori, al suo esordio furono tre (Il coltello nell’acqua).
Ritorna in mente anche il capolavoro “L’inquilino del terzo piano”, dove recitò da protagonista lo stesso Polanski, con la metamorfosi del personaggio che si ritrova ad essere donna. Ancora una volta claustrofobia, rinchiusi all’interno di uno spazio da cui non è possibile uscire.
Convincenti gli attori, interpretazione sopra le righe di Emanuelle Seigner, sinuosa e sensuale, musiche divine.
Il lungometraggio è il teatro nel teatro nel cinema, una perfetta matriosca; l’abile regista ha saputo combinare elementi teatrali all’arte cinematografica: bellissimo il piano sequenza iniziale, con la pioggia battente sullo schermo e con un prodigioso carrello lungo il viale alberato.
Il maestro, riesce a sposare bene le due forme d’arte , intrecciando con efficacia ed astuzia “Le Baccanti” di Euripide e i vangeli apocrifi con le trame del romanzo erotico di Leopold von Sacher-Masoch al quale risale l’origine del termine “masochismo”. Molte citazioni dunque come anche la canzone “Venus in Furs” dei Velvet Underground che simbolizza l’atmosfera del film.
La professionalità del regista è tale da dimenticare quasi che la scenografia è un teatro vuoto e ci si immedesima totalmente con i personaggi; è come se si fosse sul palcoscenico a recitare la propria parte. Lo spettatore rimane folgorato, senza ombra di dubbio uno dei migliori film del 2013.

 

di Michele De Lorenzo

OSCAR 2014: “LA GRANDE BELLEZZA” NOMINATION PER MIGLIOR FILM STRANIERO

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Toni Servillo
Toni Servillo

Strada in salita per l’ultimo capolavoro di Sorrentino. Dopo aver vinto il Golden Globe in qualità di miglior film straniero, “La grande bellezza” ha da poco conquistato la stessa nomination per la corsa agli Oscar 2014. Seppur sono stati in tanti ad attendere questo momento, preannunciato in un certo qual modo proprio dalla vittoria del Golden Globe, molti sono stati i critici che ultimamente hanno tacciato Sorrentino di arroganza e di felliniana emulazione la sua opera più ambiziosa. “Prima Pagina”, lo scorso maggio, ha recensito “La grande bellezza” grazie alla collaborazione di Michele de Lorenzo. Di seguito, riportiamo il link della recensione in questione e le altre nomination di questi Oscar 2014. 

Miglior film. Sono candidati al premio Oscar 2014 per miglior film 12 anni schiavo, Gravity, American Hustle, Captain Phillips, The Wolf of Wall Street, Nebraska, Dallas Buyers Club, Her, Philomena.

Miglior sceneggiatura originale: American Hustle, Blue Jasmine, Her, Nebraska, Dallas Buyers Club.

Miglior attore: Matthew McConaughey, Chiwetel Ejiofor, Leonardo DiCaprio, Bruce Dern, Christian Bale.

Miglior attore non protagonista: Jared Leto, Michael Fassbender, Bradley Cooper, Barkhad Abdi, Jonah Hill.

Miglior attrice protagonista: Cate Blanchett, Judi Dench, Sandra Bullock, Amy Adams, Meryl Streep.

Miglior attrice non protagonista: Sally Hawkins, Jennifer Lawrence, Lupita Nyongo, Julia Roberts, June Squibb.

Miglior film d’animazione: Frozen, The Croods, The Wind Rises, Despicable Me 2, Ernest & Celestine.

Miglior documentario: The Act of Killing, The Square, Cutie and the Boxer, Dirty Wars, 20 Feet From Stardom

Miglior regia: Alfonso Cuaron, Steve McQueen, David O. Russell, Martin Scorsese, Alexander Payne

Miglior canzone: Happy di Despicable Me 2, Let It Go di Frozen, The Moon Song di Her, Ordinary Love di Mandela; Alone Yet Not Alone

Miglior colonna sonora originale: John Williams per The Book Thief, Steven Price per Gravity, William Butler e Owen Pallett per Her, Alexandre Desplat per Philomena, Thomas Newman per Saving Mr. Banks

Miglior fotografia: Philippe Le Sourd per The Grandmaster, Emmanuel Lubezki per Gravity, Bruno Delbonnel per A proposito di Davis, Phedon Papamichael per Nebraska, Roger A. Deakins per Prisoners

Migliori costumi: Michael Wilkinson per American Hustle, William Chang Suk Ping per The Grandmaster, Catherine Martin per Il grande Gatsby, Michael O’Connor per The Invisible Woman, Patricia Norris per 12 anni schiavo

Miglior trucco: Dallas Buyers Club (Adruitha Lee e Robin Mathews), Jackass: Nonno cattivo (Stephen Prouty); The Lone Ranger (Joel Harlow e Gloria Pasqua-Casny)

Migliori effetti speciali: Gravity (Tim Webber, Chris Lawrence, Dave Shirk e Neil Corbould); The Hobbit: The Desolation of Smaug (Joe Letteri, Eric Saindon, David Clayton e Eric Reynolds); Iron Man 3 (Christopher Townsend, Guy Williams, Erik Nash e Dan Sudick); The Lone Ranger (Tim Alexander, Gary Brozenich, Edson Williams e John Frazie); Star Trek Into Darkness (Roger Guyett, Patrick Tubach, Ben Grossmann and Burt Dalton)

Miglior scenografia: American Hustle – L’apparenza inganna, Gravity, Il grande Gatsby, Her, 12 anni schiavo

Miglior montaggio: American Hustle – L’apparenza inganna, Captain Phillips, Dallas Buyers Club, Gravity, 12 anni schiavo

Miglior mixaggio: Captain Phillips, Gravity, Lo Hobbit: la desolazione di Smaug, A proposito di Davis, Lone Survivor

Miglior montaggio sonoro: All is lost, Captain Phillips, Gravity, Lo Hobbit – la desolazione di Smaug, Lone Survivor

Miglior documentario cortometraggio: CaveDigger di Jeffrey Karoff, Facing Fear di Jason Cohen, Karama Has No Walls di Sara Ishaq, The Lady in Number 6: Music Saved My Life di Malcolm Clarke e Nicholas Reed, Prison Terminal: The Last Days of Private Jack Hall di Edgar Barens

Miglior cortometraggio animato: Feral di Daniel Sousa e Dan Golden, Get a Horse! di Lauren MacMullan e Dorothy McKim, Mr. Hublot di Laurent Witz e Alexandre Espigares, Possessions di Shuhei Morita, Room on the Broom di Max Lang e Jan Lachauer

“MASSARÌ”: IL DOCUFILM SULLE MASSERIE PUGLIESI

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il regista Accursio Graffeo ricerca e valorizza il territorio pugliese

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Un docufilm e la valorizzazione del territorio a basso costo. Questi gli intenti espressi dal regista siculo Accursio Graffeo che ha voluto raccontare attraverso un documentario le masserie storiche sparse per tutto il territorio pugliese. “Massarì”, questo il titolo della pellicola, è patrocinato dalla Regione Puglia e dalla provincia di Taranto e lega assieme storia, tradizione e natura. Attraverso queste attente puntualizzazioni, il giovane regista racconta e riprende quei luoghi in cui vengono celebrati matrimoni e tutte la tappe fondamentali delle persone che rendono vive le masserie pugliesi, lasciando in esse parte della propria storia. Questa nuova realtà cinematografica riallaccia l’attualità con il passato, filmando le antiche cornici delle masserie con gli arredamenti più moderni.
Ulteriore novità del suddetto progetto è che, chiunque fosse interessato ad esso, può aiutare a sostenerlo tramite una campagna di crowfunding online su produzioni dal basso. Quest’ultima è in definitiva un nuovo metodo di raccolta di fondi e finanziamenti tramite sottoscrizione popolare.
È pertanto fondamentale aiutare “Massarì” ed aiutare il nostro territorio affinché raggiunga maggiore visibilità occupando il posto culturale e storico che merita.

“IL RAGIONIERE DELLA MAFIA”: IL NUOVO FILM DI FEDERICO RIZZO

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10 Ottobre 2013 uscita nazionale del film Angelo Bianco il ragioniere della mafia in oltre 100 sale

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Da Giovedì 10 Ottobre 2013 uscita nazionale del film Angelo Bianco il ragioniere della mafia” del regista pugliese Federico Rizzo. Il film girato in tutta Italia e in buona parte in Puglia e Basilicata, è tratto dall’omonimo romanzo di Donald Vergari, già inviato speciale della trasmissione Mediaset Striscia la notizia, con il quale ha guadagnato il Premio della legalità a Casal di Principe (NA), paese nativo di Roberto Saviano; il Premio Stella Fuorimetrica a Borghetto Santo Spirito (SV) e il Premio In Tv a Piombino (LI). Dopo il 3 settembre data che ha visto l’anteprima nazionale a Brindisi, il tour di presentazione della pellicola ha fatto tappa a Matera, Montescaglioso, Potenza, Calvello, Salandra e Ancona.

ragioniereIl Film, presentato con successo in anteprima mondiale al Montreal Film Festival e al Marché du Film a Cannes, ha come protagonista l’attore Lorenzo Flaherty (attualmente concorrente a Ballando con le Stelle con Milly Carlucci su Rai 1) accompagnato da un ricchissimo cast: Ciro Petrone ed Ernesto Mahieux, già noti nelle pellicole di Matteo Garrone Gomorra e L’imbalsamatore, Tony Sperandeo, Rosalinda Celentano, Franco Neri, Simona Borioni, Marika Frassino, Nando Irene, Salvatore Ruocco, Massimo Galantucci e molti altri. Il regista Federico Rizzo si è avvalso inoltre della partecipazione di Francesca Testasecca, Miss Italia 2010, e di alcune finaliste delle varie edizioni come Anna Munafò, Benedetta Piscicelli, Sara Izzo e Alessia Tedeschi. Il casting è stato curato dalla Magilla Spettacoli.

La trama: Angelo Bianco (Lorenzo Flaherty) è un ragioniere milanese con origini pugliesi con il vizio del gioco e del rischio. In una puntata sbagliata al casinò matura un debito che non può saldare che mette a rischio la sua vita, ma grazie alla sua abilità con i numeri il suo creditore gli fa una proposta che egli non può rifiutare: diventare il Ragioniere della Mafia, anzi delle Mafie.

Federico Rizzo
Federico Rizzo

Dovrà gestire su scala mondiale i profitti delle maggiori organizzazioni criminali italiane, destreggiandosi come un equilibrista tra la vita e la morte, tra le richieste dei Capi Famiglia. Stretto in questa sudditanza che gli toglie il fiato, il ragioniere decide di rilanciare: inizia a compiere operazioni sempre più rischiose il cui esito positivo gli consente una scalata nellorganizzazione. Entrato in pieno nel gioco, Angelo Bianco sfida i narcotrafficanti colombiani e riorganizza un vero e proprio piano di marketing per superare la crisi del dopo Falcone e Borsellino. Questo lo porta sempre più vicino alla vetta del potere ma sempre più lontano da sé stesso fin quando, oltrepassando tutte le regole del gioco, si rende conto di aver perso il bene più prezioso: la liberta. E per riacquistarla dovrà vincere la sfida più difficile: uscire vivo dalla Mafia e realizzare uno dei piani più ingegnosi nella storia del crimine.

Info e prenotazioni al 360.261143

PAURA E DESIDERIO: “IL CUBO DI KUBRICK”

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Genere: Guerra/Drammatico
Attori: Frank Silvera, Kenneth Harp, Virginia Leith, Paul Mazursky, Steve Coite
Regista: Stanley Kubrick
Musiche: Gerald Fried
Anno: 1953
Durata: 68 min
Voto: ***1/2

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Quattro soldati, il Tenente Corby ( Kenneth Harp), Mac ( Frank Silvera), Sydney (Paul Mazursky) e Fletcher (Steve Coite), atterrano per errore oltre le linee nemiche, così, dispersi in un bosco, tra paura e ambizioni, lottano per la sopravvivenza. Nella selva ad attenderli nemici e follia.
In molti consideravano Stanley Kubrick fortemente legato al cinema di Orson Welles, uno dei maggiori registi ed innovatori degli anni 30’ della settima arte. Tuttavia si notano enormi differenze riscontrabili da un punto di vista dell’impianto sceneggiativo: non va dimenticato infatti che entrambi, oltre ad essere registi, erano grandi autori. fearanddesire
Orson Welles tendeva a soffermarsi su determinate tematiche, rispettando una sorta di schema logico per ogni suo film. Tale “algoritmo filmico”, in parte,viene ripreso da Kubrick e reinterpretato.
La tematica della “manipolazione dell’uomo”, del potere, della corruzione sono ricorrenti in tutti i film di Welles. Kubrick racconta anche lui la natura diabolica dell’uomo, era ossessionato dalla pazzia, dalla perversione, dalla violenza. Come Welles le sue riflessioni erano rivolte all’essere umano e alla sua negatività, entrambi immergevano le mani in un oceano di idee e complesse tematiche a volte divergenti.
Kubrick, nonostante avesse la sua personale “poetica”, riusciva ad analizzare i film muovendo l’obiettivo, utilizzando diverse angolazioni.
E’ difficile dunque trovare dei veri e propri fili conduttori tra i due directors, in fin dei conti così uguali e così diversi allo stesso tempo; ciò però che li accomunava, senza dubbio, è l’abilità tecnica: “Dial M for Master” come direbbe Alfred Hitchcock, giusto per citare un regista a caso. Impossibile dimenticare le carrellate da brivido nell’hotel di “Shining” (Kubrick), come la fotografia a luce naturale (con obiettivo Zeiss) di “Barry Lyndon” (Kubrick) , la profondità di campo in “Quarto Potere” (Welles) o lo spettacolare piano sequenza della scena iniziale de “L’infernale Quinlan” ( Welles).Fear-and-Desire
Le critiche rivolte, tuttavia, non sono ben congeniate perché anche se fosse vera l’accusa è pur sempre meglio prender spunto dal maestro che dall’allievo.
Oggi purtroppo ci si dimentica del passato, di questi grandi nomi, di questi “Dinosauri del ciak”, ci si dimentica con troppa presunzione del buon cinema.
Ritornando al confronto, un legame visibilissimo lo si può notare proprio in questo film inedito, Paura e Desiderio, primo lungometraggio per Kubrick. Welles, infatti, affrontò più volte le opere shakespeariane (in “Machbeth”, “Otello” e “Falstaff”) e in Paura e Desiderio si respira questo stesso amore per il drammaturgo e poeta inglese. Opera di riferimento “La Tempesta”, dove riprende la figura del mago e della pazzia e innesta sui personaggi con sapienza ed efficacia il dramma seicentesco.
Kubrick a soli 24 anni, dopo aver girato vari corti, aveva un sogno, eguagliare Wells esordendo con il primo film, così come quest’ultimo fece con Quarto Potere; purtroppo Paura e Desiderio, nonostante sia un film filosoficamente profondo, non fece lo stesso “botto” di Welles. Proprio per questo, il regista, un perfezionista maniacale, decise quasi di cestinarlo e di annullare la sua distribuzione, solo più tardi lo definì “un tentativo serio realizzato in modo maldestro”. Visibili le limitazioni strumentali e per chi è abituato ai classici movimenti di macchina artistici, ad inquadrature ben studiate, alle sue scelte geniali, non li ritroverà in egual misura.
Il fatto di non aver specificato né il periodo storico, né la guerra è un limpido messaggio, come per dire “le guerre son tutte uguali”; a rafforzare tale pensiero è la scelta di aver fatto recitare gli stessi attori per le due fazioni militaresche (tale duplicità recitativa fa balenare in mente l’interpretazione di Peter Sellers nel “Dottor Stranamore”).achatsoldes-2013-stanley-kubrick-collection-l-L-LpqRM6
La paura e il desiderio, sentimenti forti che i personaggi provano più volte e in modi diversi, la paura di essere attaccati dal nemico, di morire, il desiderio della vittoria anche a costo della propria vita, qui il contrasto e la critica al patriottismo.
Il tema della guerra verrà più volte ripreso dal regista, precisamente nei capolavori “Orizzonti di Gloria” e “Full Metal Jacket”. Le tematiche che svilupperà in futuro, tuttavia, si percepiscono già in Paura e Desiderio.
In verità si vede molto di più nel film, infatti è come ripercorre tutta la filmografia kubrickiana in poco più di sessanta minuti. La violenza, la perversione, il sesso, anche se pur abbozzati, fanno venire in mente “Arancia Meccanica”.
La violenza come unica via di salvezza, unica scelta, anche forzatamente per chi non l’accettasse; ciò è esplicito nel dialogo tra il soldato Fletcher e il tenente Corby: “Non mi sento portato per questo”. “Nemmeno io, è solamente qualcosa che facciamo per non morire subito”. Uno schiaffo in faccia al patriottismo, identificando la violenza anche come unico strumento per il raggiungimento di un’insana e ripugnante gloria patriottica.
Anche la pazzia è un tema presente e molto ricorrente per Kubrick, come in Full Metal Jacket; determinate condizioni possono innescare nella mente una scintilla letale, condizioni che solo la guerra può fornire. Come “Palla di Lardo” anche Sydney è destinato a perdere il senno della ragione; inoltre il più giovane soldato del gruppo, ennesima scelta studiata per sottolineare la vulnerabilità e l’instabilità delle giovani menti. La condizione umana, per il regista, è un labirinto senza uscite: ovunque ci dirigiamo, finiamo per trovarci in un vicolo cieco. Come disse lo stesso Kubrick “Forse nel nostro inconscio siamo tutti dei potenziali Alex (protagonista di Arancia Meccanica)”.
Il dramma e la morte, come nell’impietoso e amaro “Orizzonti di Gloria” sono in questa pellicola altri contenuti principe.kub1
L’isolamento e la claustrofobia, come in Shining, vengono anch’essi avvertiti; il gruppo di militari è isolato dal mondo, disperso nel bosco e l’uomo, vivendo in quest’ambiente quasi surreale, dovrà vedersela con il proprio io, l’uomo effigiato come un congegno ad orologeria pronto a fare “Boom!”.
Le personali tematiche dunque ci sono un po’ tutte, forse acerbe ma onnipresenti.
Captabile il ribaltamento del sistema narrativo che il genere impone, ancora una volta è noncurante dei canoni e delle regole hollywoodiane, gli eroi dipinti come antieroi.
“Paura e desiderio” è metaforicamente un tortuoso percorso di meditazione dentro l’animo dei personaggi; tale percorso farà riaffiorare quei sentimenti nascosti sotto il fondale dell’inconscio umano, facendoli svolazzare liberi e incontrollati da freni inibitori: l’uomo denudato da moralismi.
Un cupo pessimismo antropologico aleggia durante la visione del film, un marchio di fabbrica per il regista inglese, tale pessimismo tramutato in fotogrammi freddi e stilisticamente perfetti.
Paura e Desiderio risulta dunque un altro salutare “pugno nello stomaco” , un raro esempio di genialità.
Nonostante un ritmo non del tutto fluente e considerando il budget ridotto fino all’osso non si può parlare di un Kubrick minore, risulta un disegno ammirevole e complesso, il maestro si fa sentire o meglio vedere.
Il film completa il quadro kubrickiano, completa la sua filmografia destinata a rimanere “sempre verde” nella storia del cinema. Nei suoi film, come dei rompicapo, dei veri e propri “Cubi di Kubrick” (come ci insegna “2001:Odissea nello spazio”), non tutto è comprensibile immediatamente e possono avere molteplici e infinite interpretazioni. Risultano infine come dei dipinti surrealisti daliliani, il significato è celato, non visibile ad occhio nudo, ma presente ed intenso.

di Michele De Lorenzo

 

PACIFIC RIM: DEL TORO VS BAY

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Genere: Fantascienza
Attori: Charlie Humman, Idris Elba, Rinko Kikuchi, Charlie Day, Ron Perlman
Regista: Guillermo Del Toro
Musiche: Ramin Djawadi
Anno : 2013
Durata: 131 min
Voto: **1/2

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La terra è nei guai. Dalle profondità dell’oceano pacifico, attraverso un varco spazio-dimensionale, fuoriescono gigantesche creature aliene, i Kaiju. L’uomo, per contrastare l’attacco dei mostri ed evitare l’apocalisse, decide di costruire sofisticati robot, gli Jaeger. Tali robot sono guidati da due piloti collegati da un ponte neuronale. Guillermo De Toro, regista del “Labirinto del fauno” e di “Hellboy”, torna sulla sedia di regia con “Pacific Rim”, portando al cinema le anime giapponesi da lui tanto amate (Mazinga, Goldrake, Evangelion e Gundam), rispolverando così i suoi miti d’infanzia. Del Toro decise di abbandonare il progetto “Lo Hobbit”, limitandosi solo a produrlo, per dedicarsi totalmente ai suoi robottoni per tre lunghi anni di lavoro e lanciare così la sfida a Michael Bay (regista dei “Transformers”). Il confronto tra Pacific Rim e i Transformers, tuttavia, non sta assolutamente in piedi, ci vuol ben poco a battere il colossale pasticcione di Bay. L’estetica esagerata, gli eccessivi effetti speciali, il montaggio frenetico delle immagini non hanno nulla a che vedere con Pacific Rim. Gli Jaeger risultano dunque, senza dubbio, più oleati e ingranano meglio dei Transformers a livello cinematografico. Con il progredire della sua carriera, Del Toro, sembra non rinunciare all’ascolto degli echi del Labirinto del fauno, il suo grande film. Si respira anche in Pacific Rim, come in “Hellboy: The Golden Army”, l’atmosfera del suo lavoro precedente e di certo ciò è positivo. Purtroppo gli elementi del Labirinto del fauno che tanto hanno giovato la sceneggiatura di Hellboy II, portandolo nell’olimpo dei cinefumetti, non sono sviluppati sufficientemente in questa nuova pellicola. I piani temporali di sogno e realtà, come nel Labirinto del Fauno, sono presenti anche in Pacific Rim; esemplari le scene del collegamento neuronale, i piloti condividono pensieri ed esperienze vissute e lo spettatore è testimone di questa miscela di ricordi, si entra nei meandri dell’inconscio umano.  Un film volutamente lontano anni luce dai Transformers, ambientato in un universo tutto Del Toriano; ricco di vivaci contrasti di colore e di uno stile ormai personalizzato, cupo e gotico. Merito va dato al regista che ha voltato le spalle a quello spirito patriottico stelle e strisce americano che da sempre caratterizza i grandi kolossal (“maestro del genere” Bay); il film non a caso è ambientato principalmente in Cina. Gli attori sono quasi sconosciuti, per chi conosce il regista non è la prima volta che opta questa scelta. Essa è stata meditata a tavolino, rinuncia ad avere il belloccio o la modella di turno per dare così ampio spazio alla sceneggiatura (scritta da Travis Beacham e da Del Toro stesso) e ai messaggi da trasmettere. Da limare il grottesco in alcune scene, che risulta a volte forzato. Incredibili effetti speciali anche se a volte sovrabbondanti; molto realistiche le costruzioni grafiche dei mostri e ingegnose quelle dei robot. Le tute dei piloti, chiaramente ispirate a quelle di Gundam, sono una gioia per gli occhi. Accattivante la colonna sonora heavy metal con degli energici accordi di chitarra. Film massacrato da tutti, flop dichiarato; sicuramente Del Toro ha saputo far di meglio ma bisogna anche dire che di questo genere si è fatto anche di peggio. Il film non merita la bocciatura, ma una messa a punto. Si spera in una crescita (così come è stato per Hellboy), se mai ci sarà, del capitolo secondo. Limpido il messaggio di fratellanza, i robot necessitano almeno di due piloti per essere guidati. Del Toro lo ammette anche in un’intervista, il singolo individuo non salverà il mondo, non esistono i supereroi ma esiste l’umanità, la collettività, la condivisione di forze e speranze porterà il mondo a vivere giorni migliori. Il suo motto non è “Io sono” ma “Noi siamo”.

di Michele De Lorenzo